È una lotta al potere, una corsa verso gloria e immortalità. Si appare in manifesti per città grigie e ci si muove sicuri su schermi variopinti.
Trovare una verità assoluta, qualcosa che trascenda l'emotività, le dinamiche sociali e il pensiero comune è una pretesa inarrivabile. Le leggi di pensiero ci guidano in cunicoli stretti dove ci si incastra, smarrendo l'entrata.
E allora che senso ha interrogarsi su problemi complessi che coinvolgono giorni persone atomi momenti e parole? Tanto vale cercare dio. Avremo sempre un modo di giustificare le nostre azioni, che sia follia o temperamento, perchè la matematica è fatta di incastri mentre le persone sono fatte di spigoli e irregolarità. Non siamo codici binari. Uno o zero. E nemmeno immagini fredde ad alto contrasto. Non siamo bianco o nero. Siamo fatti di sfumature, e spesso colori. Che senso ha conferire un giudizio morale alle questioni sociali. Avere torto o ragione. Torto e ragione. Punti di vista. Frutto del grado di ignoranza e conoscenza. Siamo fatti di processi infiniti e viscerali, nulla di semplice o schematico. Lasciamoci perdere. Perdoniamoci. Abbandoniamoci all'indifferenza reciproca. Aiutiamoci. Esprimiamo le nostre obiezioni consci che sono solo il frutto di traumi, credenze, omologazione, superficialità, banalità e sentimenti.
Sanità proletaria t.2
Un uomo di quarantotto anni con moglie e due figli cade per terra in bagno, sbatte la testa, rotola sul pavimento, abbandona memoria e corpo terreno. Con il volto rivolto per terra ascolta il rumore della lavatrice e osserva gli interstizi fra le piastrelle.
Non riesce a parlare.
Una donna di trentotto anni con marito e due figli taglia le verdure in cucina e sente un tonfo. È notte e pensa sia un ladro. Si reca in camera del figlio e chiama il marito.
Nessuno risponde.
-Gli interstizi fra le piastrelle sono luoghi artisticamente interessanti, ma in questo momento non vengono osservati per questo-
Un bambino di otto anni con due genitori e un fratello gioca nella camera della madre fra i cumuli di vestiti dei bagagli sfatti. Sente anche lui un tonfo ma non pensa sia un ladro.
Chiama la madre e la vede passare diretta verso la stanza del fratello. Ma lui si alza e va in bagno.
Cos’è successo?
Un uomo viene alzato da terra e portato a letto senza memoria. È bianco nonostante la settimana al mare, ed è freddo nonostante sia estate.
Si addormenta.
Alle 6.30 del mattino suona una sveglia, l’uomo si alza e va al lavoro.
È davvero successo qualcosa?
Apparentemente no.
Non è successo nulla.
“Stai bene?”
“Sì”
E tutto passa e si risolve.
O almeno così sembra debba essere
Questo testo è impreciso, ma tant’è…
Sono circa le una di notte, o del mattino. Sono sveglio e vegeto e guardo la tivù. Su Italia1 passano uno spot pubblicitario, lo riporto brevemente.
Un uomo alto, affusolato, leggermente barbuto, innaturalmente euforico ed interamente vestito di bianco riferisce a quello che si direbbe essere il suo maggiordomo, un uomo basso, calvo, dal viso coperto di rughe, di essere stanco, stufo, annoiato e, anche se non ci viene esplicitamente dichiarato dallo spot, leggermente insoddisfatto della sua vita, forse depresso, forse dipendente da sostanze psicotrope, o forse ancora, molto, ma molto solo. Una frazione di secondo di silenzio, i pensieri del maggiordomo calvodotato si fanno ruga e le rughe attraverso ancestrali meccanismi di riconoscimento delle emozioni si fanno concetto nella mente dell’osservatore. L’uomo affusolato è visibilmente fuori di sé, sfiora con un dito un mappamondo bianco e dichiara: “forse, potrei far nevicare ai Caraibi”. Lo spot mostra una breve sequenza di neve in un luogo non ben precisato del pianeta Terra. Il paesaggio costiero, la sabbia bianca, e l’acqua perfettamente cristallina lasciano intuire, insieme alle dichiarazioni dell’uomo annoiato, che si tratti proprio dei Caraibi. Non ci è dato sapere se l’avvenimento avvenga sul serio o se tutto questo sia solo la fantasia dell’uomo affusolato, o se ancora, sia fantasia del suo calvo, apparentemente tale, maggiordomo. L’ambiente in cui tutto avviene è bianco. Interamente bianco. Bianco nel bianco, blanc de blancs, e, anche i due uomini, sono bianchi. Il maggiordomo parla, prima con le rughe del viso, poi con gli occhi. Chissà che uomo è, a cosa pensa, se ha o meno famiglia, se gli piacciono i libri, se in casa ha un camino, o se alle elementari era bravo con le frazioni. Ancora una volta lo spot non ci dà queste informazioni. Parla prima con il corpo e poi con la voce leggermente nasale di chi, facendo il maggiordomo da una vita, sa sempre, o quasi, cosa suggerire: “signor Zeus” esordisce “da oggi c’è un altro modo di divertirsi”. Regna il silenzio più totale, l’uomo affusolato, chiamato Zeus dal calvo servitore, ci viene ora presentato con una lunga, lunghissima barba bianca e lucida, che arriva fino ai piedi. Nell’osservatore, in me particolarmente, vi è un piccolo momento di confusione, la lunga barba bianca ha sostituito in breve tempo quella nera e rada. Le sembianze ancora giovani dell’uomo affusolato, Zeus, e del maggiordomo, escludono salti temporali sufficientemente lunghi da giustificare la lunghezza di tale barba, concludo sia dunque un trucco, uno scherzo, un passatempo dell’uomo alto per affrontare la noia, o forse la malattia. Alle spalle dei due uomini, dal nulla nel bianco, ad una distanza indefinita compare una finestra: televisione nella televisione, metavisione della televisione. L’uomo calvo continua il suo avviso al suo servito: “da oggi con winga tv sul digitale terrestre divertirsi è facile!”, l’euforia della sua voce fa da contorno alle rughe che suggeriscono altre emozioni. Ancora pausa. Osservo i visi di entrambi e rifletto su Zeus, il suo amico, tutto quel bianco, winga tv, il digitale terrestre e la roulette che nel frattempo ha preso a girare nello schermo alle spalle dei due. Quelle che mi si presentano davanti sono due, semplici, possibilità. La prima, è che winga tv abbia ingaggiato questi due attori per questo spot pubblicitario, che l’uomo affusolato rappresenti Zeus, il greco padre degli dei, nel oblio da più di due millenni, il quale, annoiato e deviato dalla solitudine si diverte inutilmente lanciando sciagure e procurando noie alla popolazione terrestre, in particolar modo alla classe borghese che può permettersi di trascorrere le proprie vacanze in località tropicali, e che questo spot, voglia sottolineare la gioia che il gioco d’azzardo possa suscitare in quello che, nonostante sia un dio, rappresenta il perfetto prototipo di uomo moderno: solo, barbuto, annoiato e perennemente insoddisfatto della propria esistenza. La seconda, è che qualcuno, non winga tv, abbia assunto questi due attori per uno spot dal significato più profondo, che l’uomo affusolato che vediamo sia l’immagine, la proiezione mentale di un comune uomo moderno, la cui euforia, seguita dall’insodisfazione, rappresentano chiaramente una comune e diffusa malattia della società moderna. Che in realtà lo spazio bianco non esista, e che il calvo maggiordomo sia solamente il risultato della somma di stereotipi e visi d’archivio nella mente dell’uomo x. Che l’identificazione con Zeus sia il desiderio di libertà dal dio cristiano, musulmano, monoteista, occidentale, come anche il desiderio di potere e fama. E che il riferimento a winga tv, al gioco d’azzardo, la finestra nel vuoto e la roulette siano solo tentativi di mostrare all’uomo moderno la sua condizione malata, corrotta, innaturale. Che tutto lo spot tenti di sbattere letteralmente in faccia, a tutte le ore del giorno, in ogni fascia protetta e non, su tutti i canali, fra un film e un altro, in mezzo alle news di ogni ora, che la nostra società, ha, purtroppo, qualcosa di sbagliato, e infinitamente triste.
L’uomo affusolato gioisce ed esclama “vuoi un po’ di fish” presentando al calvo maggiordomo un piatto di pesce, anziché quello che il povero servitore evidentemente si aspettava: un piatto di fiches da gioco, come la sua corrucciata espressione lascia intravedere.
La battuta non fa ridere, gela il sangue e lascia a bocca aperta. Il gioco di chi ha ideato lo spot si fa sempre più chiaro, e capisco che la seconda possibilità è l’unica possibile. L’unica che sono disposto ad accettare.
R.1
Di quando mi dicevi che sembravo Dente sotto quella luce
E mi parlavi quel francese dall'accento sbagliato
Di quando il nì era universale
Fissi nel petto dell'altro senza timori
Di quando ci si sapeva
ancora guardare
Nella fretta
La masturbazione del mio io è la mia masturbazione.
Mi sento il rigurgito di quello che ero, e il feto mai nato di quello che posso essere.
La masturbazione del mio io è bere birra mentre coscientemente mi lascio trapassare dal simulacro dell'intrattenimento. Sono ormai vuoto e svuotato e venduto in saldo al negozio sotto casa in pieno agosto a Milano. Vuoto e perso. Cedo ai valori della piccola medio bassa alta borghesia industriale, quella dalle donne grasse e impellicciate coi mariti alti e vestiti di larghe righe nere e minute strisce bianche. Sto perdendo il contatto con ogni cosa e sono l’emblema del proletariato. Sto perdendo ogni cosa e sono già povero. Ma non capisci tu ragazzo biondo, con le ciglia bionde, ma non albino, e il padre ricco, e la madre pure, e tuo fratello, e l’inventario delle cose che possiedi e di quelle che possiederai, non capisci la gioia di chi è povero e diventa povero. Se la capissi non saresti più biondo ma moro, o nero, o non saresti affatto. Ringrazia il padre e la madre, ma onora te stesso, e il tempio di plastica della tua fame.
ogni sorso è un’agonia
e tutto questo -devo dirlo- mi disgusta
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Nordkette, Innsbruck
Summer 2015
People in Innsbruck
Summer 2015
Innsbruck, Austria
Summer 2015
terra 1
Mi mancherai cielo, e tu casa di pietra e fango, mi mancherai albero e frutto, sasso erba e strepaglia, e tu collina e polvere, anche tu pioggia. Mi mancherai cane, e tu gatto, chiave in porta, controllo e finestra, mi mancherai ragno, cavalletta e insetto strano, e anche tu noodles piccante. Anarchia sento già la tua assenza, e stella, e braccio bianco in mezzo al nero, e casa gialla nascosta nel verde, vi ricorderò, e odio, sì tu odio, e il tuo compagno amore, oh amore, e tu uva?! Sarai lì, come travi e salite, e tartarughe e sabbia e acqua salata, giuro. E tu nero, e voi occhi marroni e azzurri, e tu affetto, e urla grida lacrime. Come? Davvero come? E voi? Specchio, caldo, sporco. Come?
Mi mancherai nonna, e anche tu nonno.
E sì, anche tu terra.
Mi mancherete.
02072014
Sono le 3:01 di un freddo mattino del 2 Luglio.
La strana abitudine di inquadrare in precisi attimi di tempo i momenti e i racconti che riguardano la mia vita mi accompagna fin da bambino, come per immortalarli e poi ordinari, meticolosamente, in un archivio invisibile nella mia testa.
Sono nato il 6 Giugno 1997, alle ore 7:15.
Senza sapere il perchè.
Senza conoscere il motivo.
Forse, senza nemmeno volerlo.
Sono già passati tre minuti, e l’orologio in alto a destra sullo schermo del mio telefono segna le 3:04. Presto segnerà le 3:05, senza che io possa intervenire in alcun modo sullo scorrere del tempo.
Sono steso sul letto, ho chiuso la finestra e la porta per evitare gli spifferi e tutti i loro malanni, ho le gambe distese, l’una sull’altra, coperte
da un sottile lenzuolo di cotone, e quella sinistra esercita una leggera pressione con il tallone nell’incavo fra la caviglia e il piede della gamba gemella.
Nell’orecchio destro sento uno stano rumore, che pulsa, a intervalli apparentemente regolari nel mio condotto uditivo, vibrando ritmicamente gli ossicini, fino a generare un impulso elettrico che arrIva al cervello, facendomi sobbalzare.
In bocca ho uno strano sapore.
Sento un grumo, una palla, o meglio una presenza che preme sul petto, dall’interno, nel punto in cui si conclude lo sterno per dare spazio a tenera carne e muscoli, lo sento lì, non ha forma, ma preme sulle pareti del mio corpo, non ha peso, ma grava su di me, non ha odore, sapore, o consistenza, non è nulla che
appartenga a questo mondo, è un corpo astratto, un corpo alieno, venuto da un altro universo, non esiste, ma è lì. Paradossalmente.
Sono le 3:19, un’ora fa ho preparato una camomilla, senza zucchero: ho messo a bollire l’acqua in un pentolino smaltato di bianco, e ho fissato la superficie che dopo qualche minuto a contatto con il metallo scaldato dalla fiamma ha iniziato ad incresparsi. Guardavo le bolle risalire, prima timide, e poi impavide, energiche. Decise. Come se quella fosse l’unica cosa che sapessero fare, come se fosse la loro missione, il loro scopo, deciso da un destino crudele, dagli altri. Sì ma gli altri chi?! Ma ovvio, la chimica, la fisica, l’universo. Anche io sono stato già deciso? Questo è solo un lungo riscaldamento? La mia vita è solo questo? Risalire faticosamente distanze siderali senza ossigeno ed esplodere silenziosamente nell’aria con mille altre bolle come me che rincorrono tutto questo fatalismo?
L’acqua ha iniziato a strabordare ed io ho spento il fornello, ho appoggiato delicatamente una bustina di camomilla scartata con i denti nella tazza a fiori di mia madre, ho atteso qualche attimo -giusto il tempo di osservare le linee sinuose e casuali che il vapore disegnava nell’aria pesante della mia cucina- e ho l’ho bevuta, in fretta, ustionandomi la lingua, togliendole per un momento la sensibilità, rendendola un corpo estraneo, un immigrato nella mia bocca.
3:47, scrivo da quarantasei minuti un testo di cui la mia mente non ha ancora programmato la fine. Né gli sviluppi.
3:49, chiudo gli occhi.
10:54, li riapro.
I numeri sono piccoli punti disposti uno accanto all’altro in una retta
infinita disposta a sua volta in un piano, anch’esso infinito, probabilmente sola.I numeri sono strutturati in modo perfetto, si incastrano fra di loro con precisione assoluta, uno è uno, sommato a se stesso dà due, nient’altro, solo due, come due, d’altronde, sommato a se stesso dà quattro, e così via. In una sequenza infinita e irrazionale di numeri sono contenute tutte le risposte di questo mondo.
Mangio una brioche al cioccolato che ho appena scartato dalla sua rumorosa confezione di plastica e tremo, partendo dal petto scosse intense mi arrivano in tutto il busto, facendomi agitare le spalle e il collo, stringo i denti, non sbatto le palpebre fissando lo schermo è cerco di fermare tutto questo. I tremori, la presenza sul mio stomaco, gli incubi, il respiro gravoso, l’ansia e la paura.
1 luglio 2010, il giorno in cui mi ruppi un braccio.
Fisso una piccola linea nera che lampeggia sullo schermo nella casella di scrittura di Whatsapp, come sfondo ho un cielo stellato, violaceo. Guardo i caratteri sulla tastiera ingrandirsi in icone più grandi ogni volta che li sfioro.
Sento le cicale sugli alberi di fronte a casa mia.
L’essere nel mio petto è ancora lì.
Non si è mosso durante la notte, ha mantenuto le stesse caratteristiche, la stessa paradossalità.
11:14, mi faccio una doccia.
Sento l’alieno che esplode nel petto, finendo negli occhi, e nel resto del corpo.
12:02, scrivo a fatica, mi fermo spesso.
Fine prima parte.
t.1
Tu non sai quanto mi manchi.
Avanza. Fletti il braccio in avanti, sposta il tuo baricentro. Osserva. Silenzio. Calmati. Ruota la mano, gira il piede sinistro verso l'esterno. Avanza. Respira.
Avanza. Fletti il braccio in avanti, sposta il tuo baricentro. Osserva. Silenzio. Calmati. Ruota la mano, gira il piede sinistro verso l'esterno. Avanza, respira. Respira. Calmati: l'hai fatto milioni di volte. Respira, calmati. Affonda.
Avanza. Braccio mano piede. Respiro. Affonda.
Avanza. Braccio mano piede. Respiro. Affonda.
Avanza. Braccio mano piede. Respiro. Affonda.
Avanza. Braccio mano piede. Respiro. Affonda.
Avanza. Affonda. Evita. Affonda. Fallo cazzo, l'hai fatto milioni di volte. Affonda.
Non ci riesco più.
Non mi toccare. Non mi toccate.
Se abbasso lo sguardo vedo il silenzio, parlano, ma non li sento, non mi toccano.
Camminare risulta semplice: un passo e subito dopo un altro, in mezzo un istante di caduta interrotto solo dal contatto con il terreno. Niente di più. Aumentando il ritmo si arriva a correre, diminuendolo ci si ferma.
Mi fermo.
Sono fermo. Il corpo è immobile, verticale, simmetrico, il torace è diviso a metà, due arti per lato, tutto saturo, colmo, pieno, ma tutto povero e tutto vuoto.
Guardami, sono come te.
Sono un tuo pari, sono uno specchio.
Tu sei fermo?! Io pure.
Tu sei immobile?! Io di più.
Tu sei morto? Lo sono anch'io. Già da tempo.